Difficile sintetizzare in poche righe Martine Franck.
Bella, di una eleganza sublime, di una intelligenza acuta, sensibile ed altruista.

Ve la racconto in due episodi, al resto penseranno le immagini, le sue e quelle di Henry Cartier Bresson, che ha avuto la fortuna di esserne il marito.

Il primo episodio riguarda il Calendario Lavazza 2001.
Martine era stata scelta per il suo talento, la sua immagine sui tetti di Parigi del calendario 1999 fatto da 12 fotografi di Magnum, era emersa su tutte le altre.
Si era così deciso che dopo lo strepitoso calendario 2000 di Elliott Erwitt, solo lei potesse prendere il testimone.
Martine era una grande fotografa.
Ma ha sempre anteposto i rapporti umani a qualunque affermazione del suo ego.
In pieno shooting Henri Cartier Bresson ebbe un malore.
Martine rinunciò a tutto per essergli vicino. Sempre Henry, sempre e comunque prima di tutto.
Lavazza condivise la scelta di Martine ed il calendario fu firmato a 4 mani con Richard Kalvar.

L’altro episodio è personale.
Riguarda le svolte che la vita a sorpresa ti impone. Riguarda la fondazione di Sudest57 e le turbolenze che l’hanno accompagnata, il timore di una nuova avventura nata in un clima molto difficile.
Arles è una cittadina che nel mese di Luglio conta più professionisti della fotografia internazionale che abitanti.
Io fondavo con Giuseppe Ceroni Sudest57 nei giorni di Arles 2002. Martine accompagnava Henry per una grande retrospettiva. Tutti gli occhi del mondo della fotografia erano puntati su di loro.
Martine sapeva, mi invitò a pranzo e a cena con loro, vicino ad Henry.
Il messaggio era ufficiale, siamo con te, esisti, e ce la farai. Punto.
E adesso un saluto a Martine con un album speciale che dedico a chi non la conosce come fotografa, un invito verso una scoperta piena di sorprese.
Eccovi Martine Franck. La mia amica Martine.


La linea D’ombra. Un momento sospeso tra due identità. La prima accertata, o almeno così si pensava. La seconda da esplorare. Non solo la ricerca di un nuovo equilibrio, piuttosto l’accettazione di una identità diversa.
La letteratura si è nutrita di queste zone di passaggio, come dice l’incipit di questo post.
La fotografia ci sta provando con risultati alterni.
Penso al grande lavoro sull’adolescenza americana di Lauren Greenfield con Girl Culture, o a certe sceneggiature visive di Gregory Crewdson.
Oggi vi presento il bel lavoro di Guia Besana, fotografa italiana che vive a Parigi. Guia origina dal reportage sociale con un linguaggio personale ed elegante fondato sull’osservazione dei dettagli per la narrazione delle condizioni. Soprattutto quelle femminili, come nel lavoro sull’Iran che le ha valso meritati riconoscimenti.
Poi a Guia succede ciò che accade a molte: ha una bambina; il lavoro si interrompe. La libertà, anche creativa, si frange su nuovi limiti. Soptattutto su vincoli imprescindibili.
Guia è costretta a pensarsi madre prima di tutto.
Questo è lo scarto. La gioia si avvicenda alla frustrazione. Sentimento inaccettabile per l’universo materno.
Guia soffre della lontananza dalla fotografia, e dalla sua libertà. Si chiede come ripensare il suo futuro.
Ma Guia è fotografa, e tale resta.
Il senso dell’osservazione addestrato dal mestiere la porta a scoprire una condizione molto più comune di ciò che si pensi.
La linea d’ombra non le appartiene in esclusiva. La variazione sul tema della responsabilità e del legame, genera un diffuso senso di solitudine, e Guia decide di metterlo in scena per poterlo comunicare.
Ecco l’origine di Baby Blues.
Un lavoro diverso che ha valso a Guia il Premio Grin, la prossima pubblicazione su una importante testata e una mostra itinerante in FNAC.


Ricevo con immenso piacere da Prashant Panjar, grande fotografo indiano, gran signore e vecchio amico, la comunicazione che segue e che mi riempie di gioia.
Riguarda la nascita del primo festival di fotografia di Delhi. Il tema sarà l’Affinità.
Allego tutti i dettagli.
Mandate richieste di adesione, e portfolii da selezionare. Mi sembra una magnifica occasione.
Grande Prashant!

DELHI PHOTO FESTIVAL http://www.delhiphotofestival.com
Call for Submissions

Inviting photographers, photo practitioners, curators, organizations, institutions & collectives to

a) Submit bodies of work, projects, photo essays and stories for print exhibitions that interpret the festival theme of Affinity.

b) Digital exhibitions, Slideshows, multimedia projects, films and photo-based installations to be shown during the festival at the evening screenings and as exhibitions.

Please Note: The theme, Affinity, applies only to the print exhibitions. Digital exhibitions, audio slideshows, multimedia, workshops, seminars , talks and other programs need not adhere to the theme.

Please visit our website http://www.delhiphotofestival.com to submit your work.

We also invite photo practitioners, curators, organizations, institutions & collectives to submit proposals for talks, seminars, interactive discussions and other events for the Festival. These can be sent by email to contact.dpf2011@nazarfoundation.org

NOTE: The last date for submissions is 15 July 2011.

The Delhi Photo Festival is an initiative of Nazar Foundation and India Habitat Centre to bring photography, the real democratic art form, into the public space, thereby creating awareness of photographic arts and initiating dialogue amongst its many practitioners. The festival also seeks to create a platform for the coming together of the photographic community and the general public to engage with the art of photography.

Dates: 15 to 28 October 2011

Theme: Affinity
The word Affinity has many associations such as Sympathy, Rapport, Harmony, Understanding, Closeness, Accord, Connection, Friendship, Acceptance, Attachment, Inclusion, Attraction, Bond, Alliance, Association, Likeness, Resemblance, Kinship, Relationship, and Family.
Please note: Only the print exhibitions need to conform to the festival theme. Digital exhibitions, audio slideshows, multimedia & illustrated talks need not adhere to the theme.

Venue: India Habitat Centre, New Delhi

The central attraction of the festival will be a number of photography exhibitions spread across the open spaces of the India Habitat Centre and in all its major galleries showcasing a carefully curated mix of photography from India, Asia and some significant work being done internationally. The emphasis will be on new work. Though the exhibitions will run through the two weeks, all major interactive events of the festival will be scheduled in an action-packed Opening Week, from 15 to 22 October 2011, featuring the following:

Evening screenings comprising of events, presentations, audio-visual screenings & live performances
Lectures & Talks

Seminars & Workshops
‘Addas’: Scheduled informal gatherings in pre-designated locations, for participants to interact with important photo practitioners, gallerists, curators, artists, etc

Portfolio Reviews
Gallery Walks
The Delhi Photo Festival is a non-commercial venture. Entry will be free for everybody to ensure popular and wide-reaching participation.

Apologies for any cross-posting.

Prashant Panjiar
Managing Trustee
Nazar Foundation
B-1/1802 Vasant Kunj
New Delhi – 110 070 India
Mob +91-98110-51887
prashant.panjiar@nazarfoundation.org
http://www.nazarfoundation.org
La foto che segue fa parte del lavoro di Prashant sulla Kumbha Meha.


E’ vero io mi occupo di fotografia, anzi mi occupo solo di un certo tipo di fotografia.

I maestri di riferimento, per intenderci, sono i Cartier Bresson, gli Avedon , gli Irving Penn, tra quelli che non ci sono più;

gli altri, i grandi in attività, sono i Duane Michals, gli Elliott Erwitt, i McCurry, le Mary Ellen Mark, gli Eugene Richards, i James Nachtwey, e questi lavorano tutti con me.

Quindi forse posso parlare di fotografia.

Quanto all’arte dovrei tacere. Soprattutto quella contemporanea.

Con queste premesse avrei fatto meglio a non andare ad Art Basel.

Di fotografia ne ho trovata ben poca. Le gallerie presenti sono, guarda combinazione, proprio nelle mie corde, (gli Avedon, gli Irving Penn…), come dire, beni rifugio, con cui non si sbaglia.

Quanto all’arte contemporanea, invece, è un vero tripudio.

Un tale tripudio che sono uscita non solo perplessa, direi peggio: annoiata.

Ma anche un pò offesa a nome dei fotografi che rappresento.

Sarebbe bello distinguere una volta e per sempre l’arte contemporanea dalla fotografia. Sarebbe magnifico che questi artisti, ed i loro galleristi, producessero le loro “opere” (avevo scritto altro, poi ho corretto), in tutti gli altri materiali, e lasciassero in pace le reflex.

Perchè noi, quelli poco artisti e più artigiani, rischiamo di confonderci.

Noi vediamo una foto, esposta e venduta a 30.000 euro, non come l’irripetibile testimone di un evento, espresso in un linguaggio concettuale altissimo.

Noi, quelli della fotografia, tendiamo a vedere la fotografia.

Una brutta fotografia.

L'”opera”, infatti, si permette di essere fuori fuoco, stampata male, di ritrarre personaggi depressi in pose demenziali (per noi), ma soprattutto soggetti brutti che molto spesso sono gli artisti stessi (così non perdono tempo e soldi).

E siamo in tanti a pensarla allo stesso modo.

Guai a dirlo, ma delle tette floscie di Marina Abramovich noi non ne possiamo più, capiamo che Nan Goldin abbia avuto una vita difficile, ma le sue foto sono brutte.

Si può avere una vita anche peggiore, come Alberto Garcia Alix, e fare foto magnifiche, di mondi terribili, e saperli raccontare con poesia.

Le pose di Cindy Sherman sono pallose, e le foto sono brutte.

La lista è lunghissima, e questi sono artisti quotati, non parliamo di quelli che ci provano. E per fortuna non sempre ci riescono, per esempio gli sbiancati!

Cari sbiancati siete fuori da Art Basel, quindi non interessate più nessuno.

Maglio fermarsi. e poi so di sbagliare, perchè estrapolo le immagini dal contesto e guardo solo la foto. E non si deve generalizzare.

Penso ad  Erwin Olaf, che è bravissimo, a Philip Lorca di Corcia, che è poetico, ma ha la responsabilità oggettiva di avere dato il via ad un filone di imitatori della posa congelata, per di più sempre in formato gigante.

Per fortuna c’è Duane. Ha già detto tutto in “Foto Follies: How photography lost his virginity on his way to the Bank“.  Ve lo consiglio

Eccolo che si interroga. Who is Sidney Sherman?

Me lo chiedo anch’io.


Cani e fotografia, praticamente il mio dna.

Il cane fotografato sulla copertina di questo libro appena pubblicato da Sperling e Kupfer, è Paco.

Paco è la mascotte di Sudest57, in altre parole il mio cane. Eolo Perfido lo ha fotografato un giorno nel suo studio, per divertimento. Eolo è secondo me il più grande ritrattista italiano, oltre che persona di grande simpatia. E Sudest57

è una squadra di pazzi visionari che da una foto fa partire un progetto.

Il progetto è partito insieme ad Alessandra Mattanza. Personaggio poliedrico e fantastico, un cortocircuito di talenti che sono esplosi contemporaneamente nella stessa persona. Alessandra è giornalista, scrittrice, pittrice, fotografa, accanita animalista, cinofila d’eccezione.

Alessandra vive a NY ma quando transita da Milano fa base a Sudest57. E Paco è molto legato ad Alessandra.

E così via Skype, tra New York, Milano e Roma, dove vive Eolo, il libro è nato. Alessandra ha selezionato e preso contatto con i personaggi. Eolo li ha inseguiti per mezza italia per fotografare loro, e fare ritratti divini ai loro cani.

Ecco Agata. la compagna di un grande campione di Rugby Claudio Mannucci capitano della Lazio Rugby,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma nel libro ci sono anche i cani veri eroi del nostro tempo, quelli della protezione civile che si sono fatti il terremoto dell’Aquila, quelli dell’unità Spinale di Niguarda, quelli che si lanciano dagli elicotteri per salvare le persone in mare, quelli che hanno salvato padroni a casa, per essere poi abbandonati, quelli che vanno a caccia da soli, i grandi campioni e i cani delle star. Ci trovate i cani di Roberto D’agostino, di Clemente Mimum, di Toni Capuozzo, di Debora Caprioglio, di Anna Falchi e Manuela Arcuri. E soprattuto la magnifica Labrador di Francesco Totti, che fa la bagnina di mestiere ed è già campionessa con all’attivo un salvataggio.

Questo è Dieter, campione assoluto di razza san Bernardo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul sito di sudest57 nella pagina di Eolo Perfido trovate la gallery  “Quelli che il cane” e tutti i ritratti sono li,  Cani e padroni, per verificare se Walt Disney aveva ragione.

Nel mio caso mi onoro di somigliare ad un bastardo di Pittbull, tirato fuori dalla gabbia 57 del canile municipale di Milano, finito sulla copertina di un libro.




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